Seguimi

Gesù passando, vide un uomo di nome Matteo e disse…

Anche oggi Gesù vede te, e ti dice una parola.

È la stessa Parola che ha creato il mondo, è la stessa parola che ha creato il primo uomo, la prima donna. Questa parola che un giorno è stata rivolta a Matteo, una Parola ricca di amore, una Parola che dona speranza, una Parola che accoglie così come sei, una Parola che indica un cammino, una Parola che dà vita… Oggi Gesù la rivolge a te: “Seguimi”, impara da me, vienimi dietro.

A quella Parola, Matteo si alzò (voce del verbo risorgere) e lo seguì.

Ora sta a te rispondere a quell’invito, lascia il tuo banco delle imposte che ti tiene prigioniero delle cose di questo mondo, e mettiti al suo seguito.

Fissa il tuo sguardo nel suo così pieno di amore (domenica scorsa è stata la festa della Divina Clemenza) e lasciati guidare da Lui.

Come Matteo, conducilo nella tua casa e fai festa con tutti. Il banchetto di Gesù con i pubblicani e i farisei ci ricorda la mensa eucaristica dove Gesù si siede con noi e ci dona il suo Amore.

È singolare accorgersi che a questa mensa, dove Gesù sta seduto, accorrono “molti pubblicani e peccatori”. La comunità cristiana, la Chiesa, non è infatti composta di puri, ma da tutti coloro che, pur sentendosi profondamente indegni – a partire da Pietro stesso che dirà a Gesù: “Signore, allontanati da me perché sono un peccatore” (Lc 5,8) sino al centurione: “non mi sono neppure ritenuto degno di venire da te” (Lc 7,7) –, tuttavia si sentono coinvolti proprio da Lui, sino ad essere i Suoi commensali.

Per quanto la comunità dei discepoli sia composta da peccatori riconosciuti, che sanno riconoscersi tali, tuttavia, nella stessa casa – forse neppure seduti alla stessa mensa – stanno anche i giusti farisei, o propriamente coloro che tali si ritengono. Non hanno direttamente il coraggio di rivolgersi a Gesù, forse sin troppo impegnato con i peccatori. La commensalità di Dio con gli empi ha sempre costituito un problema per i benpensanti. Ma a partire da Gesù questo falso principio viene rovesciato: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”. Gesù, come medico, non ama certo la malattia: odia il peccato, come vorremmo anche noi, ma ama con una tenerezza infinita i peccatori malati. Conosce profondamente i loro bisogni e tutte le loro necessità, proprio perché non sono i sani che “hanno bisogno del medico, ma i malati”. E l’intensità della misericordia nei loro confronti è proporzionale alla conoscenza del loro peccato e alla suprema libertà da esso. Preghiamo allora Gesù: “guardami in profondità, liberami dal fare affidamento sulla mia “giustizia”, sui miei sacrifici. Salvami per la tua misericordia e rendimi capace di misericordia verso gli altri.”

 

La voce di un monaco dei primi secoli

“Fratello, ti raccomando questo: che in te il peso della compassione faccia pendere la bilancia fino a che tu senta nel tuo cuore la stessa compassione che Dio ha per il mondo. Isacco di Ninive

Don Mario