VI Dom. C dopo Martirio G.B.

VI Dom. C dopo Martirio G.B.

Il Profeta

Spezzare un pane, ascoltare un quartetto di Mozart, camminare sotto una pioggia ridanciana, in questo momento ci sono degli esseri a cui non è permesso fare cose così semplici perché sono malati, sono in

prigione, o perché sono così poveri che per loro un pane vale una fortuna. (C. Bobin – Mozart e la pioggia)

Esiste un’amicizia profonda tra i poveri e i profeti. Sulla terra ci sono pochi spettacoli più belli di poveri che condividono la loro tavola con il profeta che passa e li benedice. È il pane dei poveri il primo nutrimento dei profeti, che se smettono di mangiare questo pane iniziano a perdere la

profezia e l’anima. Per incontrare Elia, ci si prepara, ci si raccoglie, si fa silenzio.

La Bibbia non è una fiction, i suoi personaggi non sono attori. Sono persone vive, di carne e sangue, che rivivono e risorgono ogni volta che qualcuno li tratta da persone vive e vere. Questa vita nella Bibbia acquista una forza e una bellezza unica, la Parola un giorno si fece carne perché la parola

biblica, diversamente ma veramente, lo era già, e lo è ancora.

Elia è il patriarca dei profeti biblici. Una figura eccezionale, tra storia e leggenda, straordinaria nelle sue luci e nelle sue ombre. Non ci ha lasciato nessun libro, ha parlato poco, i Libri dei Re gli dedicano pochi capitoli; eppure Elia, insieme a Mosè e Davide, è molto presente e amato nella tradizione biblica, in molte Chiese cristiane, nell’islam. È un profeta che ha ispirato l’arte, la musica, la letteratura. Amatissimo dai poveri, dalle tradizioni monastiche, dai mistici e dagli amanti della preghiera. Non c’è nome più presente di quello di Elia nei Vangeli, e avremmo un altro Gesù senza Elia. Nella celebrazione della Pasqua, le famiglie lasciano un calice pieno e una sedia vuota: sono per Elia, perché potrebbe sempre arrivare, perché arriva sempre, con la sua voce a illuminare il cammino. «Elia, il Tisbita, disse ad Acab: “Per la vita di YHWH, alla cui presenza io sto, in questi

anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io”» (1 Re 17,1).

Come Abramo, come Noè. Il suo nome dice molte cose: “YHWH è il mio Dio”. Veniva dalla regione di Gàlaad, nella Transgiordania, quindi dal Regno del Nord. Viene inviato al re Acab, un grande idolatra: «Acab, figlio di Omri, fece ciò che è male agli occhi del Signore… Non gli bastò imitare il peccato di Geroboamo, ma prese anche in moglie Gezabele di Sidone, e si mise a servire Baal e a prostrarsi davanti a lui … provocando a sdegno YHWH, più di tutti i re d’Israele prima di

lui».

Elia annuncia ad Acab una siccità eccezionale, che terminerà quando lui lo dirà. Porta un messaggio nefasto di YHWH per Acab. Quindi inizia il suo cammino: «A Elia fu rivolta questa parola di YHWH: “Vattene di qui, dirigiti verso oriente”» (17,2-3). Come Abramo, la storia di Elia inizia con un “vattene”. È uomo errante e fuggiasco, come Abramo, Caino e Giacobbe, va anche lui verso oriente. Ma l’oriente per l’uomo biblico è la direzione dell’Esilio, è via verso Babilonia. La profezia è esilio, dagli affetti famigliari, dagli amici, da sè stesso: il profeta è un eterno spaesato, perchè nessun paese è veramente il suo paese, perchè non torna mai a casa. Elia fugge perché, Acab e sua moglie Gezabele lo perseguitano. I profeti veri sono sempre fuggiaschi e in costante pericolo, anche quando passano tutta la vita nello stesso luogo. Seguono e obbediscono a una voce, e quindi spesso entrano in conflitto con la voce dei potenti. Parlano quando la voce lo chiede e non quando è opportuno parlare. E dicono parole libere, e per questo sono odiati da chi vorrebbe comandare le parole di tutti, tanto più odiati quante più sono le parole comandate, il profeta diventa odiatissimo quando la sua parola resta l’unica parola libera

nella città.

«Egli partì e fece secondo la parola del Signore» (17,5). Ecco un altro elemento essenziale dei profeti non-falsi: Elia obbedisce, parte, va. Non c’è profeta senza questa obbedienza radicale: «Andò a stabilirsi accanto al torrente Cherìt, che è a oriente del Giordano. I corvi gli portavano pane e carne al mattino, e pane e carne alla sera; egli beveva dal torrente» (17,5-6). Una delle scene più note della Bibbia e più amate dall’arte. Immagine splendida della provvidenza che accompagna gli uomini e le donne di Dio, che accompagna tutti. Chi obbedisce e parte non muore, perché

quell’obbedienza genera una misteriosa e realissima fraternità con la natura e con i poveri: quanti corvi e quanti torrenti continuano a nutrire i nostri profeti, lasciati affamati e assetati dalla cattiveria degli uomini? Vogliamo rivedere oggi Elia nutrito dal cielo nei tanti profeti che in

questo momento vivono nelle prigioni, dimenticati da tutti – non da Dio e dai suoi uccelli.

È molto bello questo inizio della vita raminga di Elia immerso in un quadro di fraternità cosmica. Le grandi tradizioni spirituali hanno sempre intuito che esiste una legge di agape iscritta nell’universo, più profonda e vera delle intenzioni umane; arrivare assetati nei pressi di una fonte e bere la sua acqua, è un’autentica esperienza di amore scambievole con la terra. È metafora, ma metafora incarnata. L’amore presente nel cosmo è più grande della somma degli amori degli uomini e delle donne; la fraternità umana da sola è troppo piccola pur essendo immensa. C’è un amore anche nella mansuetudine dell’agnello e nell’umiltà della mucca. Non lo vediamo, ma c’è. Ed è abitando e sostando in questa eccedenza tra l’amore umano e l’amore del mondo che possiamo

chiamare veramente fratelli il torrente e i corvi, e con Francesco predicare agli uccelli.

Come annunciato «dopo alcuni giorni il torrente si seccò, perché non era piovuto sulla terra» (17,7). Ed Elia riparte: «Fu rivolta a lui la parola di YHWH: “Àlzati, va’ a Sarepta di Sidone; ecco, io là ho dato ordine a una vedova di sostenerti”» (17,8-9). Sono i poveri a nutrire i profeti. Dopo i corvi e il torrente, ecco una vedova, una donna straniera, fenicia, adoratrice di quel dio Baal che Gezabele

aveva importato dai fenici, che aggiunge la sua voce al coro della fraternità provvidente della terra.

La moglie di Acab aveva portato Baal da Sidone; Elia porta YHWH a un’altra donna di Sidone. I profeti sono così: si muovono in contro-tempo, in direzione ostinata e contraria, e mentre gli dèi stranieri occupano la loro terra, loro vanno ad annunciare il loro Dio nella culla del paganesimo, perché sanno che se il loro Dio è vero, e lo sanno perché lo conoscono per nome, deve poter parlare

ai pagani ed essere compreso anche da loro, donandoci un’icona eterna di “fede in uscita”.

«Arrivato alla porta della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. La chiamò e le disse: “Prendimi un po’ d’acqua in un vaso, perché io possa bere”». Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Per favore, prendimi anche un pezzo di pane». Quella rispose: “Per la vita di YHWH, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”» (17,10-12). È questa la condizione disperata della vedova che per ordine di YHWH dovrebbe nutrire il profeta. Quel “la mangeremo e poi moriremo” riporta alla mente la scena di Agar e suo figlio Ismaele nel deserto («tutta l’acqua dell’otre era venuta a mancare»: Gen. 21,15). Lì fu un angelo, il primo angelo della Bibbia, a salvare la donna e il bambino. Qui è un profeta a salvare la donna e suo figlio e se gli angeli fossero

i profeti che abbiamo in mezzo a noi, che, come gli angeli, non vediamo?

«Elia le disse: “Non temere; va’ a fare come hai detto. Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché così dice YHWH: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà…”. Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì» (17,13-16). Le donne, soprattutto le madri e le donne povere, riconoscono i profeti. Hanno un senso in più, intercettano suoni e voci che a noi maschi quasi sempre sfuggono. Quella donna povera, nella sua disperazione, capì che quell’ospite portava una benedizione, sapeva chi le diceva “dammi da bere”. Accolse il profeta come profeta ed ebbe la ricompensa del profeta. Elia è

profeta amatissimo dalla gente perché è profeta dell’acqua e del pane.

Il pane è il primo dono per i poveri. L’episodio della vedova ci dice anche un’altra cosa: il pane è il primo dono dei poveri. Otto secoli più tardi, il miracolo della moltiplicazione dei pani fu possibile perchè un povero fece la sua parte, donando tutto quanto aveva. Il centuplo lo conoscono solo i poveri, e solo chi dona tutto. È il poco-tutto che riesce a diventare “cento volte tanto”. Il poco di molto non si moltiplica, al massimo si somma. La provvidenza arriva solo sull’orcio vuoto e la

madia senza farina – neanche un attimo prima, perchè ha bisogno dello spazio infinito del nulla.

I profeti ci donano molte cose, ma prima, se siamo poveri, devono donarci acqua, farina, olio. E noi

li riconosceremo dallo spezzare il pane. (l.bruni@lumsa.it)