Fate la carità

“Che vi amiate gli uni gli altri…”. Questo è il comandamento nuovo che il Signore, nella notte in cui fu tradito, diede ai suoi discepoli.

Sapendo che quelle erano le ultime ore della sua vita tra noi, ha voluto donarci una parola importante, un comando che riassumesse tutto il suo messaggio.

Ma perché dobbiamo amarci?

Non perché siamo bravi, non perché, se ragioniamo un momento, possiamo comprendere che è l’unico modo vero, giusto e intelligente di vivere questi quattro giorni della nostra vita in questo mondo. Dobbiamo volerci bene perché Lui ci ha amato per primo, perché siamo oggetto continuo di amore da parte del Signore e perché amandoci l’un l’altro manifestiamo la presenza del Signore risorto.

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Pieni di gioia o di noia?

Il Vangelo di domenica ci ha ricordato il comandamento più grande che Gesù ci ha lasciato, l’unica regola per possedere la gioia e per realizzare in pieno la nostra vita: “Amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi”.

Come sarebbe bello il mondo se tutti si volessero bene come Lui ci ha voluto bene!

Ma cosa vuol dire amare come Lui?

  • Innanzitutto accorgerci di essere amati per primi: “Come il Padre ha amato me…” Nessuno di noi può dire di non essere amato da nessuno. Anche la persona più sola e abbandonata su questa terra di una cosa può essere certa: dell’amore di Dio, anzi, più è abbandonata e sola, e più è amata da Dio! Ciascuno di noi è amato da Dio in maniera particolare, speciale, unica. Proviamo ad accorgerci di questo amore, a renderci conto che c’è qualcuno in ogni momento della nostra vita che ci pensa, che si preoccupa per noi. Questo ci deve dare gioia, serenità e sicurezza.
  • Amare come Gesù vuol dire condividere con l’altro la gioia che si ha nel cuore: “…perché la mia gioia sia in voi.” Amare è donare. Forse non sono capace di amare perché non so donare o perché non ho nulla da donare, non sono pieno di gioia, la mia vita forse è piena di noia, di doveri da compiere, di insoddisfazioni e allora non so donare nulla. Molte volte mi sembra di amare ma solo chi mi da qualcosa, chi mi è simpatico, chi mi è utile e allora se ci pensi bene è solo amore per me stesso…..
  • Amare è donare una gioia “piena”: “… e la vostra gioia sia piena.” Amare è volere il bene di tutto l’altro, non solo il bene materiale. Amare non vuol dire solo donare qualche cosa ma anche accogliere l’altro come figlio di Dio e nostro fratello. Amare vuol dire condividere anche le gioie profonde e spirituali, amare vuol dire comunicare anche il dono della fede perché la gioia sia piena e non solo materiale. Ci preoccupiamo di donare anche la nostra esperienza di fede? Condividiamo con gli altri la preghiera, la riflessione sulla Parola di Dio, ci preoccupiamo del cammino di fede dei nostri fratelli? Quanti genitori vogliono bene ai loro figli …. non gli fanno mancare nulla … di materiale! Come è bello vedere mamme o nonne che accompagnano i ragazzi qui davanti a Gesù e li affidano al suo sguardo d’amore… questo è uno dei gesti più belli di amore per loro…
  • “Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la sua vita per i propri amici”: Amare è donare tutto se stessi. Cosa sono disposto a dare per i miei amici? E per i nemici? Gesù ha dato la sua vita per i peccatori. E tu?
  • “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore” SE, amare vuol dire lasciare liberi, il Signore ci propone una via per stare con Lui ma non ce la impone, ce la suggerisce, se vuoi, ci lascia liberi perché l’amore vero non è possedere, schiavizzare, ma rendere consapevoli, responsabili, liberi. E tu? Come tratti i tuoi amici? I tuoi fratelli, le persone che ami?

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Le luce della vita

“Io Sono la luce del mondo….” abbiamo ascoltato ieri nel Vangelo questa affermazione di Gesù e adesso siamo qui davanti a Lui presente nel sacramento dell’Eucarestia perché abbiamo capito che “chi segue me, non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita!”, Lui è importante per noi, per la nostra vita.

Approfittiamo allora di questo momento che ci siamo ritagliati in mezzo a tutti inostri impegni per chiedere al Signore che ci aiuti ad approfondire la nostra fede in Lui, Luce e fonte della vita, chiediamogli con le parole del salmo di ieri “Donaci occhi, Signore, per vedere la tua gloria”, sì perché non basta che Lui sia Luce per essere efficace per noi, noi non dobbiamo chiudere i nostri occhi, non dobbiamo aver paura di rimanere abbagliati dalla sua Luce, dobbiamo saper riconoscere e contemplare il suo Amore e dobbiamo seguirlo e camminare nella sua luce.

Non diamo per scontato di riconoscerlo Luce del mondo, ci sono tanti tipi di luce in questo mondo e nella nostra vita…

Ci sono le luci artificiali…. Quelle fatte da noi, quelle che ci possono sì illuminare ma sono solo materiali, hanno termine, non hanno la potenza della Luce! Fra l’altro più illuminano e più costano, sono quelle che ci creiamo noi e che molte volte non ci fanno vedere bene la realtà men che meno quella dello Spirito.

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Le piaghe di Gesù

Il primo gesto che Gesù compie di fronte ai suoi discepoli dopo il saluto è quello di mostrare loro i segni della passione nelle mani, nei piedi e nel fianco e così, attraverso i segni del suo amore i discepoli lo riconoscono.

Ora anche tu sei qui di fronte al Signore nel “segno” dell’Eucarestia, cioè della comunione, dell’amore.

Non sei qui da solo ma assieme ad altri discepoli, magari un po’ timorosi proprio come gli Undici nel Cenacolo.

Chiedi al Signore che soffi su di te, come un giorno ha fatto con i suoi discepoli, chiedi che ti infonda la forza del suo Spirito, lo Spirito dell’amore perché anche tu, insieme ai fratelli possa diventare “segno” dell’amore di Dio vivendo in comunione con gli altri e facendo del bene a chi ha bisogno.

Tanti “Tommaso” hanno bisogno di vedere i segni dell’amore di Dio e li possono vedere solo nella vita dei cristiani.

Devi sentire la responsabilità non solo di credere ma anche di aiutare a credere.

Oggi Gesù parla ai tuoi fratelli solo con la tua bocca, Gesù ama i poveri solo con il tuo cuore, Gesù cammina per le strade della tua città solo con le tue gambe.

Se tu non vuoi, quanti non riusciranno ad incontrare il Signore!

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Sepolcri aperti o cuori chiusi ?

Anche oggi Gesù ha pronunciato il tuo nome e tu come Lazzaro hai risposto, sei uscito dal tuo “sepolcro” e sei venuto qui.

Il Vangelo della risuscitazione di Lazzaro ci porta a riflettere sul mistero della risurrezione della carne, mistero che si può capire, non a partire dal nostro desiderio di andare ‘oltre’ la morte, ma dalla capacità di accogliere il senso nuovo della vita che Gesù risorto ci dona. Infatti: come Lui, anche noi siamo oggetto di un amore speciale da parte del Padre che vuole averci accanto a Sé, per sempre.

Pregare rende consapevoli di questo amore speciale di Dio per noi e ci invita ad ascoltare la sua chiamata e uscire da ciò che ci tiene chiusi e separati dagli altri e riprendere a vivere.

Perché Gesù risuscita Lazzaro? Anzitutto e semplicemente per il grande affetto che gli portava. Più volte si fa notare nel vangelo che era Suo amico. Questo spiega la sincerità del Suo pianto, davanti alla tomba.

Anche noi come Lazzaro siamo amici di Gesù, anche noi, allora, lasciamoci trasformare e liberare dall’amore del Signore.

Troppe volte anche noi siamo legati da bende mortali, abbiamo una pietra sul cuore o addirittura al posto del cuore.

Non solo i porti sappiamo chiudere ma soprattutto il nostro cuore, la nostra vita.

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Il dono della luce

Tutte le letture ci presentano diverse vicende di vita, la prima del popolo di Israele nel deserto, la seconda è una riflessione sulla storia e sul senso della vita e poi il vangelo ci racconta la storia del cieco nato.

In tutte queste pagine ci vengono descritte situazioni di angoscia, di dolore, di sofferenza, di domande forti rivolte a Dio, a volte anche con grida e parole grosse e ad esse il Signore risponde con la sua Parola che dà luce.

La preghiera a volte prende la forma di un grido disperato, di una protesta nei confronti del Signore, a volte si manifesta con la rassegnazione, come nel caso del cieco nato che non muove un dito per essere guarito ma che obbedisce “ciecamente” alla Parola del Signore.

La preghiera quindi non è solo meditazione, contemplazione, dialogo e ascolto ma anche richiesta di aiuto (forse è anche la forma che usiamo di più) a volte anche disperata.

Ma se chiediamo aiuto o a volte protestiamo e ce la prendiamo con il Signore, in fondo è perché crediamo (magari in maniera ancora imperfetta) che Lui esiste e che quindi può darci una mano se noi innalziamo a Lui le nostre (come Mosè nella prima lettura), e, stando all’esempio di Mosè e dei discepoli di Gesù, forse, quando chiediamo per gli altri abbiamo molte più probabilità di essere esauditi…..

Il frutto migliore della preghiera però non è qualcosa che riusciamo ad ottenere dal Signore ma è il dono della luce e cioè della fede che nasce dall’ascolto di tutto ciò che esce dalla bocca di Dio (ecco il perché della saliva per guarire il cieco) così la preghiera ci aiuta soprattutto a crescere nella fede e quindi ci dona luce per comprendere il senso della nostra vita e di quello che ci succede.

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