Cercasi asino

Il Signore ne ha bisogno.Di cosa?

Di un asino legato come me, come te!

Senza l’asino non può entrare a Gerusalemme, nel mondo.

Il somaro è colui che porta i pesi degli altri, colui che si fa servo e non si serve o si fa servire, per questo il Signore ne ha bisogno perché indica il suo stile di ingresso nel mondo, anche a Betlemme era tra un asino e un bue (segno di mansuetudine).

L’asino però deve lasciarsi slegare da Lui, deve liberare la sua capacità di servire, di mettersi al servizio di Gesù per poterlo portare ai fratelli, deve liberarsi da tutti i pregiudizi e da tutte le domande inutili che la gente si può fare: “Perché lo slegate?” “A cosa serve servire gli altri?”

“Una vita serve se serve!” ha detto più volte Papa Francesco.

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Il dubbio Giovanneo !!

“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”

Ecco il dubbio di Giovanni Battista.

In prigione per amore della verità e per fedeltà alla sua missione, Giovanni, riflette sulla sua vita, sente vicino il giorno della morte e vuole essere certo di aver visto giusto, di non aver speso la sua vita per niente, di essersi comportato secondo la volontà di Dio.

Lui, così deciso ha un momento di dubbio, di crisi!

Manda i suoi discepoli a chiedere luce a Gesù.

E ai suoi inviati Gesù cosa risponde?

Guardate i segni del regno che avanza, che è già in mezzo a noi …

Quali sono questi segni?

I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti resuscitano e ai poveri è annunciato il Vangelo!

Quanti anche ai nostri giorni cercano dei segni, in questo mondo in crisi dove sembra che solo il male, l’odio e la violenza sembrano farla da padroni e pretendono di imporre la loro volontà e visione della vita, cosa possiamo fare, cosa dobbiamo dire?

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L’ oggi di Dio

L’oggi di Dio è il titolo di un libro di molti anni fa del priore di Taizè R. Shutz e ci invitava a riflettere che Dio interviene sempre nella storia di ogni uomo in un momento ben preciso. Così anche oggi, come un giorno su Giovanni, in questo contesto storico, la Parola di Dio scende su di te, il Signore vuole incontrarti e tu sei venuto qui disponibile all’ascolto.

Ecco il miracolo che anche oggi si avvera: la Parola che ha creato tutto, la Parola che è fuori dal tempo e dallo spazio, quella Parola “scende” in questo mondo, entra a far parte della nostra storia, della tua storia, della tua vita.

Come nel Vangelo che abbiamo ascoltato ieri, anche oggi la Parola ha bisogno del deserto per poter arrivare a destinazione.

Devi allora fare deserto e cioè innanzitutto silenzio perché tu possa ascoltare la Parola.

Devi fare silenzio dentro di te! Metti a tacere tutte le voci che ti disturbano e ti distraggono, tutte le tentazioni che ti distolgono dal Signore e mettiti in ascolto, tendi l’orecchio, apri il cuore, renditi disponibile, attento e desideroso della sua Parola.

Il deserto però è anche il luogo della povertà, dell’aridità e molte volte assomiglia proprio alla nostra vita, povera, arida, ma assetata e desiderosa di cambiare.

Non dobbiamo pensare di poter offrire al Signore chissà quali cose, Lui viene anche nel deserto, nel “piattume” e nel “pattume” della nostra vita di ogni giorno con i nostri limiti e i nostri peccati, una vita deserta e quindi desiderosa di acqua che ristori la sete e dia fecondità, con la voglia, di cambiare, di lasciarci trasformare da Lui.

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La Fine o il Fine, questo è il problema

Se confrontiamo le parole di Gesù del Vangelo di ieri con le notizie dei giornali e della Tv, possiamo riconoscere che i “segni” della venuta del Signore sono già presenti e nello stesso tempo accorgerci che il mondo ha bisogno di un Salvatore.

Cosa dobbiamo fare allora?

Due sono le tentazioni che ci si presentano quando ci mettiamo di fronte al problema della fine del mondo e quindi del valore del tempo e della nostra vita.

La prima è il desiderio di conoscere la “data di scadenza” e quindi la tentazione di poter possedere il tempo misurandolo, come si fa con tante altre cose.

Se ci pensiamo bene però ci accorgiamo che il tempo ci sfugge, nel momento stesso in cui tu pensi a “questo momento”, è già passato … solo il Signore è padrone del tempo, Lui che non solo “esce dal tempio”, ma è al di fuori del tempo, Lui che è Eterno.

La seconda tentazione è conseguente alla prima e cioè, visto che non possiamo fermare e possedere il tempo, allora cerchiamo di goderne fino in fondo, riempiendolo, sfruttandolo fino in fondo, non vogliamo perdere nemmeno un secondo … e così ci ritroviamo pieni di impegni, sport, amici, TV, lavoro, mestieri di casa,…, che ci distraggono dal senso della vita fino al punto che la malattia del secolo è la depressione (qual è il fine della mia vita?) o lo stress (non ho più un minuto di tempo), ma intento il tempo passa lo stesso e noi, presi da tante cose, non ci accorgiamo dove stiamo andando.

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L’interrogazione finale

Il Vangelo di domenica scorsa ci parla della venuta di Gesù alla fine dei tempi, cioè alla fine del mondo, quando davanti a Lui sfileranno tutti gli uomini come un gregge e Lui, come un pastore, dividerà le pecore dalle capre, i buoni dai cattivi.

Tutto questo avverrà alla fine del mondo ma prima alla fine della nostra vita, noi andremo da Lui ed Egli ci giudicherà.

Questa, che stiamo iniziando, per noi cristiani, è l’ultima settimana dell’anno liturgico e allora potremmo approfittarne per fare un po’ il bilancio di quest’anno passato, per esaminare la nostra vita e prepararci al grande esame finale.

Se ci pensiamo bene, siamo proprio fortunati perché, al contrario degli esami di scuola, noi già sappiamo le domande dell’esame finale che il Signore ci farà e quindi possiamo prepararci per rispondere bene.

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Cosa mi metto ?

Qualche volta ti sarà capitato di sfogliare l’album delle foto di un matrimonio o di partecipare a un pranzo di nozze: una esperienza molto bella tanto che tutte le volte che ci ripensi e vedi quelle immagini, rivivi in fondo al cuore la gioia di quel giorno speciale: l’amicizia, l’allegria, i cibi gustosi, il vino abbondante e la felicità sul volto degli sposi e degli invitati….

Si ritorna volentieri a quei momenti, per gli sposi, magari con un pizzico di nostalgia perché la vita non è sempre una festa e, come si dice: “capita che il miele finisce e rimane… la luna.” Comunque, è bello ripensare con la mente e con il cuore per rivivere quei momenti di gioia.

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Annunciare e adorare è una cosa da imparare

Di fronte ai discepoli che dubitavano (?!) Gesù non fa grandi discorsi ma dice “andate e fate discepoli tutti i popoli…”

Celebrare la Giornata missionaria è come aprire le finestre di casa e cioè far entrare aria fresca.

Di fronte alle nostre piccole “beghe” quotidiane, di fronte ai nostri egoismi e alle nostre pigrizie e dubbi, il Signore ci ricorda che dobbiamo uscire, andare nel mondo ed annunciare il Vangelo a tutte le genti.

Ogni cristiano, se vero cristiano, dovrebbe sentire dentro di sé la spinta ad essere missionario, per portare dovunque l’annuncio della gioia che deriva dalla fede in Gesù.

Forse, sarebbe bene cominciare da noi stessi, andare nelle “periferie” del nostro cuore, nei paesi “lontani” della nostra vita di tutti i giorni per portare la luce di Cristo.

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Cum la fabrica del Dom . Dedicazione del Duomo 4

In questa domenica dedicata alla riflessione sulla Dedicazione del Duomo di Milano, la Parola di Dio ci invita a riflettere sulla nostra vita, perché noi siamo le pietre vive della chiesa.

La comunità cristiana ha il compito di rendere visibile, proprio come il Duomo, la presenza del Signore nella nostra città e così anche noi, per poter essere all’altezza di questa missione, dobbiamo lavorare sodo e sempre (proprio come la fabbrica del Duomo che non finisce mai).

Nel Vangelo di ieri c’è l’indicazione di un percorso che ci viene suggerita un percorso a ritroso, dalla superficie al profondo, un cammino spirituale che usa immagini prese dalla vita di tutti i giorni.

Questo dell’adorazione, quindi, è il momento più giusto per approfondire questo cammino di ascesi e per applicarlo alla nostra vita spirituale.

La prima immagine è quella dei frutti buoni (o cattivi).

Il primo esame che dobbiamo fare, quindi, è se la nostra vita produce frutti e soprattutto la qualità di questi frutti.

Siamo persone che costruiscono, che donano generosamente cose buone a tutti o persone che sprecano, scartano, dividono, “avvelenano”?

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Open Day VII dopo mart. C2

L’altra domenica abbiamo vissuto un momento molto bello: “l’Open Day” della Parrocchia. Tanta gente, tanto impegno, tante parole, tanta gioia, tutti i gruppi della parrocchia, tanti, si sono presentati, si sono fatti conoscere e soprattutto si sono incontrati tra loro. Ora invece tanto silenzio, qui davanti al Signore fonte di tutta la nostra gioia e della nostra vita, per riflettere e pregare lasciandoci guidare dalle immagini che il Vangelo di ieri ci ha proposto.

Il tesoro nascosto

Quante persone domenica si sono meravigliate per le tante iniziative e gruppi della Parrocchia! Quante volte anche noi non ci accorgiamo dei tanti tesori nascosti?

Il regno dei cieli è proprio come un tesoro nascosto, non si fa vedere, non si mette in mostra. Molti, visitando l’oratorio, si sono meravigliati per tutto quanto viene proposto per i più piccoli e che prima non conoscevano, un vero tesoro nascosto!

Anche nella tua vita di ogni giorno però quanti tesori nascosti… prova a fermarti un attimo a riflettere e a scoprirli….persone, situazioni di vita, doti particolari, occasioni…

Molte volte non ci accorgiamo di tutte queste ricchezze che il Signore ci offre perché siamo troppi distratti… ma se riusciamo a scoprirle, allora la nostra vita si trasforma.

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VI Dom. C dopo Martirio G.B.

VI Dom. C dopo Martirio G.B.

Il Profeta

Spezzare un pane, ascoltare un quartetto di Mozart, camminare sotto una pioggia ridanciana, in questo momento ci sono degli esseri a cui non è permesso fare cose così semplici perché sono malati, sono in

prigione, o perché sono così poveri che per loro un pane vale una fortuna. (C. Bobin – Mozart e la pioggia)

Esiste un’amicizia profonda tra i poveri e i profeti. Sulla terra ci sono pochi spettacoli più belli di poveri che condividono la loro tavola con il profeta che passa e li benedice. È il pane dei poveri il primo nutrimento dei profeti, che se smettono di mangiare questo pane iniziano a perdere la

profezia e l’anima. Per incontrare Elia, ci si prepara, ci si raccoglie, si fa silenzio.

La Bibbia non è una fiction, i suoi personaggi non sono attori. Sono persone vive, di carne e sangue, che rivivono e risorgono ogni volta che qualcuno li tratta da persone vive e vere. Questa vita nella Bibbia acquista una forza e una bellezza unica, la Parola un giorno si fece carne perché la parola

biblica, diversamente ma veramente, lo era già, e lo è ancora.

Elia è il patriarca dei profeti biblici. Una figura eccezionale, tra storia e leggenda, straordinaria nelle sue luci e nelle sue ombre. Non ci ha lasciato nessun libro, ha parlato poco, i Libri dei Re gli dedicano pochi capitoli; eppure Elia, insieme a Mosè e Davide, è molto presente e amato nella tradizione biblica, in molte Chiese cristiane, nell’islam. È un profeta che ha ispirato l’arte, la musica, la letteratura. Amatissimo dai poveri, dalle tradizioni monastiche, dai mistici e dagli amanti della preghiera. Non c’è nome più presente di quello di Elia nei Vangeli, e avremmo un altro Gesù senza Elia. Nella celebrazione della Pasqua, le famiglie lasciano un calice pieno e una sedia vuota: sono per Elia, perché potrebbe sempre arrivare, perché arriva sempre, con la sua voce a illuminare il cammino. «Elia, il Tisbita, disse ad Acab: “Per la vita di YHWH, alla cui presenza io sto, in questi

anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo comanderò io”» (1 Re 17,1).

Come Abramo, come Noè. Il suo nome dice molte cose: “YHWH è il mio Dio”. Veniva dalla regione di Gàlaad, nella Transgiordania, quindi dal Regno del Nord. Viene inviato al re Acab, un grande idolatra: «Acab, figlio di Omri, fece ciò che è male agli occhi del Signore… Non gli bastò imitare il peccato di Geroboamo, ma prese anche in moglie Gezabele di Sidone, e si mise a servire Baal e a prostrarsi davanti a lui … provocando a sdegno YHWH, più di tutti i re d’Israele prima di

lui».

Elia annuncia ad Acab una siccità eccezionale, che terminerà quando lui lo dirà. Porta un messaggio nefasto di YHWH per Acab. Quindi inizia il suo cammino: «A Elia fu rivolta questa parola di YHWH: “Vattene di qui, dirigiti verso oriente”» (17,2-3). Come Abramo, la storia di Elia inizia con un “vattene”. È uomo errante e fuggiasco, come Abramo, Caino e Giacobbe, va anche lui verso oriente. Ma l’oriente per l’uomo biblico è la direzione dell’Esilio, è via verso Babilonia. La profezia è esilio, dagli affetti famigliari, dagli amici, da sè stesso: il profeta è un eterno spaesato, perchè nessun paese è veramente il suo paese, perchè non torna mai a casa. Elia fugge perché, Acab e sua moglie Gezabele lo perseguitano. I profeti veri sono sempre fuggiaschi e in costante pericolo, anche quando passano tutta la vita nello stesso luogo. Seguono e obbediscono a una voce, e quindi spesso entrano in conflitto con la voce dei potenti. Parlano quando la voce lo chiede e non quando è opportuno parlare. E dicono parole libere, e per questo sono odiati da chi vorrebbe comandare le parole di tutti, tanto più odiati quante più sono le parole comandate, il profeta diventa odiatissimo quando la sua parola resta l’unica parola libera

nella città.

«Egli partì e fece secondo la parola del Signore» (17,5). Ecco un altro elemento essenziale dei profeti non-falsi: Elia obbedisce, parte, va. Non c’è profeta senza questa obbedienza radicale: «Andò a stabilirsi accanto al torrente Cherìt, che è a oriente del Giordano. I corvi gli portavano pane e carne al mattino, e pane e carne alla sera; egli beveva dal torrente» (17,5-6). Una delle scene più note della Bibbia e più amate dall’arte. Immagine splendida della provvidenza che accompagna gli uomini e le donne di Dio, che accompagna tutti. Chi obbedisce e parte non muore, perché

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Ripercorri la tua vita

La prima lettura ci ha fatto conoscere la testimonianza di Paolo, il suo cammino spirituale che lo ha portato ad incontrare il Signore Gesù appunto attraverso lo scorrere del tempo, della sua vita.

La seconda lettura ci da il fondamento della nostra speranza: Gesù, sacerdote in eterno, per sempre che supera anche la morte e che quindi è sempre presente nel nostro cammino di vita.

Il Vangelo ci parla di un tempo in cui “non mi vedrete” e un altro tempo in cui “mi vedrete” e ci richiama quindi al passare dei giorni e delle stagioni che si caratterizzano dalla presenza visibile o meno del Signore.

Di fronte a queste Parole, di fronte all’Eucarestia, Parola d’Amore, sarebbe bello che anche tu come Paolo rileggessi il tuo cammino di vita.

Forse se rifletti un po’ anche tu troverai momenti belli, importanti ma anche momenti in cui in cui ti sembrava di essere stato lontano dal Signore (pensa a Paolo!) ma ti accorgerai che Lui ha guidato i tuoi passi fino a qui, oggi.

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Fate la carità

“Che vi amiate gli uni gli altri…”. Questo è il comandamento nuovo che il Signore, nella notte in cui fu tradito, diede ai suoi discepoli.

Sapendo che quelle erano le ultime ore della sua vita tra noi, ha voluto donarci una parola importante, un comando che riassumesse tutto il suo messaggio.

Ma perché dobbiamo amarci?

Non perché siamo bravi, non perché, se ragioniamo un momento, possiamo comprendere che è l’unico modo vero, giusto e intelligente di vivere questi quattro giorni della nostra vita in questo mondo. Dobbiamo volerci bene perché Lui ci ha amato per primo, perché siamo oggetto continuo di amore da parte del Signore e perché amandoci l’un l’altro manifestiamo la presenza del Signore risorto.

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Pieni di gioia o di noia?

Il Vangelo di domenica ci ha ricordato il comandamento più grande che Gesù ci ha lasciato, l’unica regola per possedere la gioia e per realizzare in pieno la nostra vita: “Amatevi gli uni gli altri come Io ho amato voi”.

Come sarebbe bello il mondo se tutti si volessero bene come Lui ci ha voluto bene!

Ma cosa vuol dire amare come Lui?

  • Innanzitutto accorgerci di essere amati per primi: “Come il Padre ha amato me…” Nessuno di noi può dire di non essere amato da nessuno. Anche la persona più sola e abbandonata su questa terra di una cosa può essere certa: dell’amore di Dio, anzi, più è abbandonata e sola, e più è amata da Dio! Ciascuno di noi è amato da Dio in maniera particolare, speciale, unica. Proviamo ad accorgerci di questo amore, a renderci conto che c’è qualcuno in ogni momento della nostra vita che ci pensa, che si preoccupa per noi. Questo ci deve dare gioia, serenità e sicurezza.
  • Amare come Gesù vuol dire condividere con l’altro la gioia che si ha nel cuore: “…perché la mia gioia sia in voi.” Amare è donare. Forse non sono capace di amare perché non so donare o perché non ho nulla da donare, non sono pieno di gioia, la mia vita forse è piena di noia, di doveri da compiere, di insoddisfazioni e allora non so donare nulla. Molte volte mi sembra di amare ma solo chi mi da qualcosa, chi mi è simpatico, chi mi è utile e allora se ci pensi bene è solo amore per me stesso…..
  • Amare è donare una gioia “piena”: “… e la vostra gioia sia piena.” Amare è volere il bene di tutto l’altro, non solo il bene materiale. Amare non vuol dire solo donare qualche cosa ma anche accogliere l’altro come figlio di Dio e nostro fratello. Amare vuol dire condividere anche le gioie profonde e spirituali, amare vuol dire comunicare anche il dono della fede perché la gioia sia piena e non solo materiale. Ci preoccupiamo di donare anche la nostra esperienza di fede? Condividiamo con gli altri la preghiera, la riflessione sulla Parola di Dio, ci preoccupiamo del cammino di fede dei nostri fratelli? Quanti genitori vogliono bene ai loro figli …. non gli fanno mancare nulla … di materiale! Come è bello vedere mamme o nonne che accompagnano i ragazzi qui davanti a Gesù e li affidano al suo sguardo d’amore… questo è uno dei gesti più belli di amore per loro…
  • “Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la sua vita per i propri amici”: Amare è donare tutto se stessi. Cosa sono disposto a dare per i miei amici? E per i nemici? Gesù ha dato la sua vita per i peccatori. E tu?
  • “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore” SE, amare vuol dire lasciare liberi, il Signore ci propone una via per stare con Lui ma non ce la impone, ce la suggerisce, se vuoi, ci lascia liberi perché l’amore vero non è possedere, schiavizzare, ma rendere consapevoli, responsabili, liberi. E tu? Come tratti i tuoi amici? I tuoi fratelli, le persone che ami?

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Le luce della vita

“Io Sono la luce del mondo….” abbiamo ascoltato ieri nel Vangelo questa affermazione di Gesù e adesso siamo qui davanti a Lui presente nel sacramento dell’Eucarestia perché abbiamo capito che “chi segue me, non camminerà nelle tenebre ma avrà la luce della vita!”, Lui è importante per noi, per la nostra vita.

Approfittiamo allora di questo momento che ci siamo ritagliati in mezzo a tutti inostri impegni per chiedere al Signore che ci aiuti ad approfondire la nostra fede in Lui, Luce e fonte della vita, chiediamogli con le parole del salmo di ieri “Donaci occhi, Signore, per vedere la tua gloria”, sì perché non basta che Lui sia Luce per essere efficace per noi, noi non dobbiamo chiudere i nostri occhi, non dobbiamo aver paura di rimanere abbagliati dalla sua Luce, dobbiamo saper riconoscere e contemplare il suo Amore e dobbiamo seguirlo e camminare nella sua luce.

Non diamo per scontato di riconoscerlo Luce del mondo, ci sono tanti tipi di luce in questo mondo e nella nostra vita…

Ci sono le luci artificiali…. Quelle fatte da noi, quelle che ci possono sì illuminare ma sono solo materiali, hanno termine, non hanno la potenza della Luce! Fra l’altro più illuminano e più costano, sono quelle che ci creiamo noi e che molte volte non ci fanno vedere bene la realtà men che meno quella dello Spirito.

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Le piaghe di Gesù

Il primo gesto che Gesù compie di fronte ai suoi discepoli dopo il saluto è quello di mostrare loro i segni della passione nelle mani, nei piedi e nel fianco e così, attraverso i segni del suo amore i discepoli lo riconoscono.

Ora anche tu sei qui di fronte al Signore nel “segno” dell’Eucarestia, cioè della comunione, dell’amore.

Non sei qui da solo ma assieme ad altri discepoli, magari un po’ timorosi proprio come gli Undici nel Cenacolo.

Chiedi al Signore che soffi su di te, come un giorno ha fatto con i suoi discepoli, chiedi che ti infonda la forza del suo Spirito, lo Spirito dell’amore perché anche tu, insieme ai fratelli possa diventare “segno” dell’amore di Dio vivendo in comunione con gli altri e facendo del bene a chi ha bisogno.

Tanti “Tommaso” hanno bisogno di vedere i segni dell’amore di Dio e li possono vedere solo nella vita dei cristiani.

Devi sentire la responsabilità non solo di credere ma anche di aiutare a credere.

Oggi Gesù parla ai tuoi fratelli solo con la tua bocca, Gesù ama i poveri solo con il tuo cuore, Gesù cammina per le strade della tua città solo con le tue gambe.

Se tu non vuoi, quanti non riusciranno ad incontrare il Signore!

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Sepolcri aperti o cuori chiusi ?

Anche oggi Gesù ha pronunciato il tuo nome e tu come Lazzaro hai risposto, sei uscito dal tuo “sepolcro” e sei venuto qui.

Il Vangelo della risuscitazione di Lazzaro ci porta a riflettere sul mistero della risurrezione della carne, mistero che si può capire, non a partire dal nostro desiderio di andare ‘oltre’ la morte, ma dalla capacità di accogliere il senso nuovo della vita che Gesù risorto ci dona. Infatti: come Lui, anche noi siamo oggetto di un amore speciale da parte del Padre che vuole averci accanto a Sé, per sempre.

Pregare rende consapevoli di questo amore speciale di Dio per noi e ci invita ad ascoltare la sua chiamata e uscire da ciò che ci tiene chiusi e separati dagli altri e riprendere a vivere.

Perché Gesù risuscita Lazzaro? Anzitutto e semplicemente per il grande affetto che gli portava. Più volte si fa notare nel vangelo che era Suo amico. Questo spiega la sincerità del Suo pianto, davanti alla tomba.

Anche noi come Lazzaro siamo amici di Gesù, anche noi, allora, lasciamoci trasformare e liberare dall’amore del Signore.

Troppe volte anche noi siamo legati da bende mortali, abbiamo una pietra sul cuore o addirittura al posto del cuore.

Non solo i porti sappiamo chiudere ma soprattutto il nostro cuore, la nostra vita.

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Ascolta !

ASCOLTA!

La prima lettura di domenica cominciava così “Ascolta, Israele”

Un grande teologo definì il cristiano come “l’uditore della Parola”.

Una vera preghiera e luogo autentico di incontro con il Signore è l’“ascolto della Parola”

È l’accoglienza della sua Parola che ci fa diventare figli di Dio, tema delle letture di domenica scorsa.

Il Vangelo dice “Voi cercate di uccidermi perché la mia parola non trova accoglienza in voi”, “chi ascolta la Parola del Padre, fa le opere del Padre.” Ma cosa vuol dire ascoltare?

Pensa a quante volte i genitori dicono “Tu non mi ascolti mai!”, eppure quante volte li abbiamo “sentiti” parlare e dare consigli ma forse, è proprio vero, non li abbiamo ascoltati.

Ascoltare è sentire con attenzione e mettere in pratica, è vivere quello che ci viene detto, prenderlo sul serio, farne tesoro, ricordarlo, anche dopo un po’ di tempo.

Come è difficile ascoltare, soprattutto in un mondo come oggi fatto di tanti rumori, di tante parole vuote e di tanti ascoltatori distratti e superficiali. È importante invece mettere al primo posto la Parola di Dio, ascoltarlo, per vivere da Figlio.

Guarda un po’ alla tua vita quanto tempo dedichi ad ascoltare gli altri? Ma soprattutto quanto tempo dedichi all’ascolto della sua Parola, ad ascoltare il Signore?

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Un’infinita sete di infinito

Forse anche tu oggi sei venuto qui al pozzo, come la Samaritana, per prendere un po’ di acqua, per dissetarti, per poter continuare con forza il cammino della vita.

Ma come ci insegna il Vangelo di ieri, anche a te, in questo momento è Gesù che ti chiede da bere!

È lui che ha sete, una sete profonda, insaziabile, che lo ha accompagnato tutta la vita sino alla croce dove le ultime parole sono, appunto: “Ho sete”.

Ma come, pensavo che fosse lui a dare da bere a me e invece…?

Poco alla volta, come alla samaritana, Gesù ci vuole condurre a capire che credere in Lui, non vuol dire utilizzarlo per il mio benessere o per soddisfare i miei desideri, Lui non è un pozzo di acqua, di beni materiale, non è un pozzo di san Patrizio! Gesù non vuole essere trattato come un distributore automatico di felicità, ma ha bisogno di noi, dell’incontro con noi, ha sete della nostra amicizia, del nostro amore…

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Pronti ? Via !

Gesù passò quaranta giorni nel deserto, pregando e digiunando!

All’inizio di questa quaresima, fermati anche tu un po’ a pregare, a riflettere su questo dono che il Signore ti fa, cioè questo tempo di grazia e di conversione, questi quaranta giorni simbolo della vita dell’uomo.

La quaresima è innanzitutto un dono, un’occasione per crescere nella fede e nell’amore, un dono che non va sprecato, proprio come la nostra vita che dobbiamo riempire di cose buone, di gesti d’amore, di continuo dialogo con il Padre e di ascolto della sua Parola, lottando contro le tentazioni, come Gesù.

Ogni momento sperimentiamo la tentazione e in ogni momento dobbiamo rimanere fedeli alla parola del Padre.

Anche con noi il diavolo ne inventa di ogni colore: forse non ci dirà “trasforma queste pietre in pane,,,”, ma ogni giorno ci dice: “pensa a te stesso, l’importante è la salute, perché diventare matto per gli altri, se ognuno pensasse a se stesso… usa le tue capacità e i tuoi doni per te, gli altri si arrangino….”

Forse non ci prometterà “la potenza e la gloria dei regni di questo mondo” ma ci farà perdere la testa dietro ai successi sportivi, al pallone… o non ci farà accettare la nostra debolezza, i nostri limiti, il peso degli anni… ci farà credere nella forza della pensione o del conto in banca, facendoci chiudere nelle nostre false sicurezze e nel nostro egoismo.

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